strani personaggi

Mi vengono in mente a quest’ora di notte i pittoreschi individui che hanno allietato le mie giornate fiorentine.

Premessa: in un tripudio di turisti americani, io giravo da sola, sempre in pieno giorno, con macchina fotografica in mano e passo spedito.

Primo tizio: cammino lungo l’Arno, passa il primo tizio, un ragazzone straniero, dalla nazionalità indefinita, in bicicletta. Andavamo nello stesso senso di marcia. Nel vedermi in tutto il mio splendore (ovvia ironia) il tipo si gira e urla un CIAO rischiando di cadere dalla bici. La scenetta mi strappa una risata. Non lo avessi mai fatto! Il tipo comincia a seguirmi passo passo, dicendo di fermarmi. Non ne avevo nessuna intenzione, così dopo ripetute insistenze gli dico che “NO! Sono in ritardo!”, il che è anche vero, stavo andando a pranzo ed ero in ritardo di 20  minuti. Il tizio insiste e PRETENDE di sapere dove vado. Cerco di ignorarlo  ma dopo cinque minuti di domande perdo la pazienza e gli dico che non sono affari suoi. Niente. Continua a seguirmi, chiedendomi se stessi andando a un appuntamento e spazientendosi perché non mostravo alcuna intenzione di fermarmi. Arriva a dirmi a brutto muso “Oh ma tu ti ferma o no?!” e io “NOOOOO e se dico no è NOOOO!”. Solo dopo questo urlo in mezzo alla strada il tipo, indignato, se ne va.

Secondo tizio: dopo una capatina in libreria e una buona merenda, mi trovo in piazza della Signoria. Inizia a piovigginare, così mi cerco un posticino sotto la loggia dei Lanzi e comincio a sfogliare i libri. Ero felicissima di poter leggere i miei adorati volumi in un contesto tanto artistico. Cinque minuti di felicità. Si siede vicino a me un ragazzo indiano che inizia a fissarmi. Tento di ignorarlo ma niente, vuole presentarsi. Essendo meno maleducato del precedente, lo sopporto con maggiore pazienza. Ma poco dopo attacca anche lui…vieni a prenderti un caffe? No, dico io, sto aspettando mia madre (non era vero stavolta, ma mi sembrava un efficace deterrente). Lui “ma come non puoi andare in giro con tua madre, se no gli uomini non ti si avvicinano” MA VA! Lo prego di lasciarmi continuare a leggere, ma niente, lo studio non è contemplato, continua a dire che assomiglio a un’attrice indiana di bollywood mentre mi fissa il collo con aria inquietante. Allorché scappo senza tanti giri di parole. Addio lettura in santa pace.

Terzo individuo: mi trovo di nuovo lungo l’Arno, il giorno successivo, e mi mangio un pezzo di focaccia seduta sul ponte, di  malumore oltretutto, per un problema che si era presentato poco prima. Mentre sono persa nei miei rimuginamenti, arriva un nuovo tizio in bicicletta. Spero che passi oltre invece si ferma. Stavolta è  autoctono, un fiorentino doc. Mi dice con aria divertita “Ciao, ti piace il mio fiume?”. Finora è il più creativo come approccio, ma sono esasperata dai tizi precedenti e veramente di cattivo umore, per cui opto per la sincerità “scusami, non voglio essere antipatica, ma veramente non mi va di chiacchierare”. L’aria spensierata scompare dal suo viso. Indispettito e offeso bofonchia che sono antipatica eccome, ma pace, buona giornata e se ne va.

Quarto tizio: stavolta sono a palazzo Strozzi, mi fanno male i piedi dopo ore di esplorazione per cui mi siedo. Mentre sono persa nei miei pensieri, vedo avvicinarsi un tipo sulla sessantina, apparentemente nordafricano, un po’ instabile sui suoi passi, ma non lo considero molto, sono distratta. Poco dopo il tizio mi raggiunge, inizia a bofonchiare un “come on!” e non avendo risposta mi mette le mani sulle ginocchia e inizia a sporgersi in avanti. Qui la fuga è stata immediata.

Dulcis in fundo, quinto tizio: stiamo rientrando, sono alla stazione di S.Maria Novella con mia madre, nella sala d’attesa. Siamo cariche di pacchi e pacchetti oltre ai nostri trolley e a quelli delle colleghe di mia madre, che sono andate a fare quattro passi. Arriva un omone enorme, completamente ubriaco, viso sconvolto, età indefinibile, abbigliamento in puro stile barbone. Ci si piazza a due metri di distanza, mi fissa e inizia a urlare “PUTTANAAAAAAAAAAAAA!” e altre mille oscenità che è meglio non ripetere. Completamente fuori di sé, inizia a apostrofare in tal modo anche mia madre. Noi, impietrite, lo ignoriamo alla grande, vorremmo andarcene, ma è impossibile con tutti i bagagli delle colleghe. Mentre il tipo ci sputa addosso  lo schifo che prova per noi, miserabili donnacce di strada, e tracanna il suo tavernello, buttandosene una discreta quantità addosso, la folla che animava la sala d’attesa scappa a gambe levate, uomini giovani e aitanti compresi. L’unico che ha il coraggio di avvicinarsi è un vecchietto sbilenco, che si limita a dire all’ubriacone di non arrabbiarsi con noi. Il povero alcolizzato per un minuto sembra calmarsi, ma poco dopo ricomincia con insulti e gesti violenti. A questo punto io e mia madre sviluppiamo una forza sovraumana e riusciamo in qualche modo a incollarci quattro trolley, tre borse e innumerevoli buste. Ci avviamo a passo incerto verso l’uscita, facendo cadere articoli di vario genere da tutte le parti, quando entrano tre poliziotti, evidentemente avvertiti dai fuggitivi, che portano via il molesto bevitore.

 

Che dire di tutto questo, l’umanità è varia, le ragazze in giro da sole attirano un ampio spettro di persone, le stazioni sono famose per essere la dimora di uomini delusi dalla vita e dediti all’alcol. Le cose stanno così, inutile prendersela.

Una menzione speciale va ai valorosi incontrati lungo la strada, soprattutto nell’ultimo caso. Uomini forti, belli, ben vestiti, che non esitano a tagliare la corda di fronte a due donzelle in pericolo. Impavidi viaggiatori che si sbracano sui sedili del treno, evitando di guardare me e mia madre mentre tentiamo con impaccio di sollevare un trolley di dieci chili per metterlo nell’apposito ripiano. Qualcuno si distingue però. Sono i settantenni, forse portatori di un’umanità estinta, che tentano, nonostante la scarsa fermezza fisica, di calmare ubriaconi e di issare valigie pesanti. Io amo i nonni, con tutto il cuore.

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